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Cor-rispondenze

lunedì 13 aprile 2015

Le strade facili



Caro professore,
Fin da piccolo mi hanno insegnato che nella vita vince sempre il “bene”, le persone leali ed oneste, ma crescendo mi sono accorto che non è quasi mai così: alla fine la spunta chi fa il furbo, chi prova a fare un cosa nel modo più facile, ma anche più scorretto. Da chi copia nei compiti in classe a chi ruba i soldi ai più poveri, in un sistema chiamato democrazia, ma che di democratico ha solo il nome. Poi sono ancora cresciuto e mi sono accorto di una cosa ancora più vergognosa e allo stesso tempo tragica: a vincere non è né il bene né il male, ma chi impugna per primo la pistola. Perché nella vita vince sempre chi è scorretto e perché il “bene” per avere la meglio sul “male” deve comportarsi come fa il “male”? Perché i genitori ci insegnano a stare dalla parte che tanto avrà la peggio, insegnandoci umiltà, lealtà, onestà, altruismo? Perché basta premere un grilletto per potersi imporre?
Fabrizio, IIID

Caro Fabrizio,
Per fortuna, non ovunque basta premere un grilletto per potersi imporre. Forse, come scriveva Freud nel “Disagio della civiltà”, l’uomo civile, che riducendo le sue libertà pulsionali ha creato la società, avrà anche “barattato un po’ di felicità” per vivere in sicurezza, ma il fatto che non viviamo in una giungla dove prevale la forza bruta è dovuto agli strumenti legislativi della democrazia che, per quanto manchevoli, si sforzano di tutelare i diritti di ciascuno. È stato un percorso lungo per l’Occidente, dalla “Magna Charta libertatum” alle più recenti costituzioni. Certo è innegabile che l’Italia soffra di una “questione morale”, quella che la filosofa Roberta de Monticelli definiva con amara ironia come il “Male nostrum”: privilegi, scorrettezze, corruzioni, impunità, disonestà e molteplici violazioni delle norme elementari della convivenza civile. Ma allora questo significa che i genitori scambiano la realtà con un’idealizzazione, visto che i valori che raccomandano o dicono di favorire non sono vincenti nell’agire collettivo? Hai ragione, se i genitori fanno di tutto per dare cose buone ai loro figli, perché dovrebbero fornire loro strumenti inadeguati e veicolare valori perdenti? Non sarebbe meglio che li imbeccassero con l’astuzia, la malizia o con le virtù di un buon cortigiano, utili arnesi per competere efficacemente e riportare successo? Persino Platone ci ha messo in guardia dai comportamenti degli uomini e ci ha fatto riflettere sulle loro ambivalenze. Nella “Repubblica” afferma che se un uomo possedesse il mitico anello di Gige, quello che rende invisibili, non si asterrebbe dal compiere azioni malvagie. Scrive Platone: «Ebbene, puoi crederlo, non si troverà nessuno di così forte tempra da rimanere fedele alla giustizia, tanto da astenersi dal mettere le mani sui beni altrui, una volta che gli sia data la possibilità, per esempio, di arraffare tranquillamente quel che vuole al mercato, di entrare indisturbato nelle case e prendersi le donne che vuole, di uccidere, di liberare chi vuole dalla prigione, e di fare mille altre cose come un dio tra gli uomini» (“Repubblica”, 360 B-C). Come si fa dunque a resistere alla tentazione dell’ingiustizia e alla contaminazione del male, visto che è ovvio che non prevale sempre il bene? Il fatto che il bene non prevalga “sempre” o che certi valori siano “fuori moda”, non significa che essi siano stati definitivamente sbaragliati, polverizzati dalla contemporaneità. Oggi forse non riusciamo neppure più a comprendere la frase di Democrito «Colui che commette l'ingiustizia è più infelice di chi la subisce», (frammento B45), perché oggi chi commette ingiustizia è spesso assai felice e guarda il prossimo con senso di superiorità o di biasimo. Fatichiamo pertanto anche a capire Socrate che nel “Gorgia” di Platone – discutendo con Polo – afferma che «il male più grande che possa capitare, è commettere ingiustizia. [...] E incalzato dal suo interlocutore che gli ribatte: «Allora tu preferiresti subire ingiustizia piuttosto che commetterla?», egli risponde: «Non vorrei né subirla né commetterla, ma se fossi costretto a scegliere fra le due, preferirei subire ingiustizia piuttosto che commetterla» (“Gorgia”, 469b-474b). Polo ricorda a Socrate che molti uomini ingiusti di successo vengono invece ammirati, come il re di Macedonia Archelao I, figlio di Perdicca e di una schiava, che uccise a tradimento i propri parenti per impadronirsi del trono (471a-d). Socrate focalizza allora l’attenzione su un doppio significato della parola bene. C’è chi lo assimila al successo ad ogni costo e alla reputazione (che, come sappiamo, non sono sotto il nostro controllo né dipendono da virtù autentiche o dal lavoro personale) e chi lo identifica con un certo modo di amministrare la propria vita. Non si suggeriscono certi valori se non si crede che da essi segua un bene. Allora quale bene discende dai valori dei tuoi genitori? Credo un bene intrinseco. Un bene che deriva dal relazionarsi correttamente con gli altri, dal saper costruire una buona vita. Perché in fondo abbiamo bisogno di una vita ordinata e le buone relazioni fatte di «lealtà, onestà e altruismo» ci permettono di conseguirla. Nietzsche, nella “Genealogia della morale”, scriveva che l’uomo giusto è giusto anche con chi gli fa del male. Questo significa che in quella giustizia c’è una sapienza che è legata ad un ordine. Da questo ordine interiore, che il filosofo definiva «un pezzo di perfezione e di suprema maestria sulla terra», deriva un bene così profondo che procura felicità e stabilità superiori ai privilegi più o meno effimeri che derivano dal successo.
Un caro saluto,
Alberto

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